Caselli di sabbia
Gian Carlo Caselli dovrebbe liberarsi dal proprio cliché. Un cliché che ieri ha indotto la Stampa a titolare una sua intervista con un virgolettato che nell’articolo non c’è: “In Italia è impossibile processare la politica”.

Gian Carlo Caselli dovrebbe liberarsi dal proprio cliché. Un cliché che ieri ha indotto la Stampa a titolare una sua intervista con un virgolettato che nell’articolo non c’è: “In Italia è impossibile processare la politica”. Il dubbio che tale fosse l’obiettivo di alcuni pm, in verità, c’era già venuto; ma sentirlo dire da Caselli sarebbe stata una novità. Certo non si può neanche sostenere che il titolo stravolga il senso delle sue parole, ma non è questo il punto. Il punto è che il magistrato che fu a capo della procura di Palermo dal ’93 al ’99, dinanzi al bilancio di quella stagione, stando alle sentenze non esaltante, non può limitarsi a dire che in “uno stato di diritto il pm ha lavorato bene quando ha ottenuto il rinvio a giudizio”, dimostrando così che “ci sono fatti da indagare”.
E aggiungere pure: “Indagini tutelate dal controllo esercitato da molteplici organismi giudiziari, terzi rispetto ad accusa e difesa”.
Non può, perché “in uno stato di diritto” in galera ci si va dopo regolare processo; mentre in Italia se ne esce. E perché, sempre “in uno stato di diritto”, quei “molteplici organismi” sono, appunto, “terzi”. Se quella di Caselli non è un’autocritica per la lotta contro la separazione delle carriere, è dunque un pessimo argomento. Non parliamo poi della sua tesi secondo cui, essendo i legami tra mafia e politica “oggettivamente” difficili da provare, bisognerebbe “correggere gli strumenti legislativi”. E come? Sospendendo l’onere della prova, in quei casi “oggettivamente” troppo onerosi per il pm? Se non è un’altra autocritica, è un argomento “oggettivamente” ancora peggiore del precedente.
Non può, perché “in uno stato di diritto” in galera ci si va dopo regolare processo; mentre in Italia se ne esce. E perché, sempre “in uno stato di diritto”, quei “molteplici organismi” sono, appunto, “terzi”. Se quella di Caselli non è un’autocritica per la lotta contro la separazione delle carriere, è dunque un pessimo argomento. Non parliamo poi della sua tesi secondo cui, essendo i legami tra mafia e politica “oggettivamente” difficili da provare, bisognerebbe “correggere gli strumenti legislativi”. E come? Sospendendo l’onere della prova, in quei casi “oggettivamente” troppo onerosi per il pm? Se non è un’altra autocritica, è un argomento “oggettivamente” ancora peggiore del precedente.